Museo dell'Arte Contemporanea Italiana in Esilio

MUSEO DELL'ARTE CONTEMPORANEA ITALIANA IN ESILIO

Il progetto ideato da Cesare Pietroiusti, in collaborazione con Alessandra Meo, Mattia Pellegrini e Davide Ricco, intende raccogliere su tutto il territorio italiano opere realizzate da personalità singole o collettive che svolgono attività creative sorprendenti, eterodosse, fuori dai circuiti della comunicazione mediatica.
Il Museo non avrà una sede fisica fissa: concepito come entità nomade sarà esiliato presso istituzioni museali e associazioni culturali estere.

giovedì 27 ottobre 2011

con Francesco “Piccio” Careri, stalker – autunno 2010

 
          F.C.: Mi è piaciuta molto l’idea del Museo in Esilio… ma non l’ho capita! Ora tutti vanno in esilio… la fuga dei cervelli… qui non c’è più aria.

         A.M.: Un’operazione del genere è un’operazione polemica con un tentativo di ricaduta sulla cultura italiana. Il fatto che questo museo esponga all’estero è prima di tutto una presa di posizione, di polemica rispetto ai musei che sono qui. Prendere delle realtà artistiche non riconosciute dal sistema e privare l’Italia di queste realtà è un modo per proteggerle e nello stesso tempo provocare, polemizzare.
          F.C.: Proteggerli da cosa, dal sistema dell’arte? Quindi voi non riconoscete l’arte sostenuta dal sistema italiano? E’ sempre interessante guardare fuori dagli schemi, ma credo sia pericoloso, scivoloso, pensare di prendere realtà artistiche marginali e inserirle in un sistema…non dovrebbe essere questo.

          A.M.: Queste persone sono messe nella condizione di poter scegliere. Si vuole proteggerli da un sistema dell’arte che porta attraverso il mercato ad una stagnazione della ricerca artistica. La tendenza è questa. Il capitalismo in generale acquisisce la critica stessa, la fa diventare un elemento potenziale del mercato, perché serve. Quindi gli artisti che il mercato sceglie, quelli più quotati sono spesso i “migliori”…però quando entrano in una logica di mercato, di pressione la loro libertà di ricerca viene condizionata.
Anche Stalker ha attraversato nelle due direzioni questo confine, che definisce un po’ lo stare dentro e fuori dal sistema dell’arte. Qual è la strategia per rispondere, non cedere all’omologazione e allo stesso tempo di non isolarsi completamente?
          F.C.: Diciamo che nessuno di noi nasce come artista. Quando abbiamo cominciato con Stalker non avevo questa idea negativa del sistema dell’arte , quasi non lo conoscevo. Non mi ero mai posto il problema di dovermi difendere dal sistema. L’operazione è nata come pura necessità di farla. La prima mostra è stata a Milano e chi ci ha inserito nel mondo dell’arte non ci ha fatto paura. Siamo entrati da una strada marginale. Diciamo che noi abbiamo sfruttato il sistema, abbiamo preso più noi che il sistema da noi. Lo abbiamo dirottato quando si poteva. La struttura comune ha paura del gruppo. Il problema sono i curatori…
[Alessandra Meo]

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