Museo dell'Arte Contemporanea Italiana in Esilio

MUSEO DELL'ARTE CONTEMPORANEA ITALIANA IN ESILIO

Il progetto ideato da Cesare Pietroiusti, in collaborazione con Alessandra Meo, Mattia Pellegrini e Davide Ricco, intende raccogliere su tutto il territorio italiano opere realizzate da personalità singole o collettive che svolgono attività creative sorprendenti, eterodosse, fuori dai circuiti della comunicazione mediatica.
Il Museo non avrà una sede fisica fissa: concepito come entità nomade sarà esiliato presso istituzioni museali e associazioni culturali estere.

venerdì 29 marzo 2013

Workshop EXILE Museo in Esilio: Riflessioni di Andrea Lanini

"Un introduzione sintetica ai punti successivi ....)

Se la realtà non esistesse e vi fossero soltanto delle interpretazioni al posto delle cose, come molti si sono affannati a sostenere in epoca recente, non si capirebbe molto l’affanno degli uomini.
E’ un affanno esistenziale che potremmo descrivere per eccesso o per difetto nella lotta con le cose del mondo poiché alcuni si appassionano così fortemente e dolorosamente ad esse che cercano in ogni modo di rivoluzionarle, fino al punto che esse si rivoltano a loro volta contro i loro assalitori. Mentre altri sono così oppressi dall’incombere del mondo su di loro, che fanno di tutto, sia pure tristemente, per restarne distanti.
Se a questo punto volessimo riferire a questo doppio atteggiamento il tema dell’esilio, potremmo dire che i primi sono colpiti dall’esilio in quanto condanna, la quale viene loro comminata dalle istituzioni per l’eccesso della loro ribellione, mentre i secondi si impongono da soli il loro personale esilio, piuttosto come una scelta, senza la quale le cose del mondo li travolgerebbero senza rimedio.
Tutto ciò non accadrebbe se non si fosse in qualche modo sottoposti a un “bando” e il bando comporta come conseguenza l’essere abbandonati. Sebbene l’esiliato si senta in qualche modo riscattato dalla sua stessa sofferenza egli non può del tutto nascondersi l’episodio dell’abbandono e in lontananza la colpa che lo ha determinato.

In ogni caso l’esilio comporta un distacco e un guardare alle cose da una distanza che implica un processo tutto mentale di ricongiungimento. E’ questa la struttura profonda che sostiene la “fuga” plotiniana di “uno solo verso se stesso”. E’ questa la procedura per la quale la nostalgia e il richiamo danno alle parole un valore tutto spirituale e incoraggiano l’ascesa verso il “nous”. Qui, per l’artista esiliato si colloca la scelta del verbo piuttosto che dell’icona e si rende prevalente e talvolta inevitabile il ricorso alla parola e al messaggio parlato e scritto.
Ciò che davvero colpisce è il fatto che la parola lanciata nell’esilio dà luogo ad una lingua e insieme ad una narrazione. Forse l’esiliato ritiene, nella babele che attraversa nel suo viaggio o semplicemente nella sua condizione di straniero, di dover trovare una lingua buona per tutti o magari la lingua perduta dei padri dai quali tutti discendiamo. Colpisce che la cattività babilonese abbia in qualche modo prodotto l’Antico Testamento e che l’esilio di Dante sia stato il nido della lingua italiana. Colpisce anche che la nuova lingua abbia creato con la sua stessa apparizione dei nuovi mondi.


( I punti successivi, magari un po’ ripetitivi.....)

L’esilio come pena
Se penso all’esilio, immagino che una qualche autorità possa averlo imposto a qualcuno come una condanna. Si può discutere se esso sia veramente una condanna o piuttosto la possibile via d’uscita da una pena, in una sorta di regione separata che per essere geograficamente altrove è anche una terra nella quale vige la sospensione.

L’autoesilio come tipico dell’artista
Ma potrei pensare all’esilio anche come una scelta, una via d’uscita che non si fonda per nulla su una sanzione istituzionale, ma che nasce dalle esigenze profonde dell’anima, tale che è piuttosto il soggetto che riconosce in un qualche contesto complesso e articolato le ragioni di una propria inadeguatezza al luogo, e sanziona da sé nei confronti di se stesso una sorta di pena del girovagare altrove. Naturalmente mi riconosco in pieno in questa seconda accezione se non altro perché non attribuisco a nessuno il diritto ma neppure la colpa di avermi esiliato in qualche modo dentro me stesso. Non me la sento di attribuire alla realtà la responsabilità di essere com’è. Credo che gran parte dei nostri problemi oggi dipenda dal fatto che ci figuriamo la realtà come vorremmo che fosse e non verifichiamo mai la nostra azione a partire dalle cose concrete che la rendono possibile. E d’altra parte la realtà com’è non è certo immune da difetti per cui è solo l’esiliato ad essere in grado, per certe sue ragioni e visioni, ad indicarli con più disperata precisione. L’esilio dell’artista è, in un certo modo, la sua natura ed è grazie a questa sua condanna naturale di esiliato che egli può parlare, secondo il modo che gli è proprio, della realtà.

Il mio è un esilio nel passato
Ma se potessimo parlare di azione saremmo già un pezzo avanti. Qui siamo nel terreno dell’arte e quindi per definizione nell’inazione. Personalmente il tipo di esilio al quale aderisco, senza peraltro attribuirne la responsabilità se non a me stesso, credo sia soprattutto un esilio nel passato. Un esilio nel passato e nel continuamente ritrovato. Si tratta di una permanenza straniante così forte che anche l’apparire del nuovo, che pure avviene, acquista quasi il senso di una predestinazione, di una meraviglia predisposta, da tempo, da qualcuno. Il nuovo che appare, infatti, non è incomprensibile, ma svela il senso e quel senso appartiene fatalmente ad un qualcosa che c’era già e che, semplicemente, non si era riconosciuto. L’esilio è il rito
rno sempre negli stessi luoghi, che sono i luoghi del radicamento e dello sradicamento : radicamento del nascere e del prendere vita e sradicamento di un abbandono che non si riesce ad accettare per cui si è esiliati nel familiare e nel conosciuto mentre ci si dovrebbe abituare al disconoscersi. Il fatto stesso di mimetizzarsi sempre negli stessi luoghi e di cercare l’invisibilità segna il desiderio di sprofondare nell’esistente e di tornare ad esso, cadendo nel passato.
Si può d’altra parte ipotizzare che l’esiliato inclini quasi naturalmente al passato per via della sua condizione di esclusione. Egli ripensa, se non altro con la nostalgia propria del viaggio omerico, alla terra del padre ed è l’assenza della figura paterna, come conferma Joyce-Dedalus, a determinare una ricerca continua nel corpo della storia.

Il girovagare dell’esiliato
L’esiliato è un girovago. Quando si trova in un isola, misura incessantemente il contorno della costa, alla ricerca di una fuga che non è possibile. Nel girovagare egli sperimenta l’impossibilità del ritorno come in una sorta di coazione a ripetere. Questo è il senso di colui che meglio di ogni altro ha teorizzato, con la figura del Flaneur, lo straniero in patria, Baudelaire. Da lui deriva dunque l’esiliato artista e poeta che cerca il punto di passaggio dalla sua condizione di albatros a quella della appartenenza alla società : Dedalus.
L’esiliato nel passato torna continuamente agli stessi luoghi che però non sono più gli stessi per cui l’esilio si compie in lui come disagio del presente. L’origine di questo disagio è però anche in quel passato che cerca di far rivivere poiché probabilmente già in quella origine c’era una scissione, una difficoltà a vivere la vita nel suo procedere, una difficoltà a stabilire una appartenenza al mondo che rassicurasse sulla continuità del tempo e scacciasse dalla mente la paura della perdita. Quando poi l’esilio viene di fatto praticato in terra straniera, il girovagare è ricerca continua della patria e ricerca di posizioni dalle quali l’eco della propria terra giunga in modo più struggente e in modo altrettanto struggente possa alzarsi il richiamo dell’esule verso quella terra. Dante e Joyce vagano e vagano e il loro stesso racconto è in forma di viaggio, la loro opera ha la struttura di un viaggio narrato e il loro problema centrale, fatalmente, è quello della lingua.

L’esiliato dà luogo ad una lingua.
Separato dalla sua terra d’origine l’esiliato si avventura nei territori delle lingue sconosciute. Nell’accoglierle una dopo l’altra ed esserne accolto, cerca riparo dalla estraneità della sua stessa lingua e va alla ricerca di una sorta di linguaggio comune del mondo. L’esiliato ha per questo una vocazione babelica e al tempo stesso non può non muoversi, sia pure confusamente, alla ricerca di una sintesi. Ne è una lampante riprova la ricerca linguistica joyciana, nascente nel corpo stesso delle letterature e delle lingue visitate dallo scrittore (insegnante di letteratura in Francia e di Inglese (?) in italia) intento a mescolare idiomi diversi con l’aiuto della musicalità irlandese ma sforzandosi di sfuggire al dominio della sua propria lingua e cultura. Altra riprova è in Dante, fuggiasco ed esiliato presso le corti dei signori ma preso dal suo sogno linguistico, di un passaggio storico dalla tradizione latina all’avvento storico di un volgare che dal siciliano passa al toscano e alla sintesi di tutti i volgari italiani. E’ poi evidente il frequente ricorso dell’esiliato alla lingua scritta come strumento principe della sua comunicazione ed espressione : l’esigenza di testimonianza, implicita nello sradicamento dell’esiliato, lo induce ad impiegare la parola piuttosto che l’immagine, la lettera, in quanto tradizione e testamento, al posto del dipinto e della figura.
Nel testo in questione, Mallarmè riparte naturalmente da Baudelaire, suo punto di riferimento fin dalla giovinezza, e ne coglie la lezione centrale dell’emarginazione dell’artista nella società, del suo radicale sradicamento. Nel citare Mallarmè come poetico esegeta di Amleto, Joyce cerca una saldatura, nel famoso capitolo della Biblioteca, tra il non eroico e inadeguato Stephen e tutta la sequenza dei poeti maledetti e inadeguati che Mallarmè ha brillantemente teorizzato. E’ di tutta evidenza che la vera posta in gioco di questa operazione è la lingua e più propriamente la lingua della letteratura e dell’arte. Tutto questo ci porta a riconoscere nell’esilio non solo il nido fertile di una lingua che travalichi i confini che l’esiliato ha dovuto varcare per necessità, ma di una lingua totalmente nuova che metta un segno nella storia come sconvolgimento di tutte le lingue precedenti.
Su questo ideale terreno si incontrano Mallarmè, francese insegnante a Londra e Joyce, irlandese insegnante in Francia e in Italia, e trovano un accordo nella ricerca di una lingua poetica che inventi un rapporto inedito tra musica e parola, tra parola e spazio.

L’esiliato dà luogo ad un mondo.
Privato della patria, l’esiliato tende a ricostruire un mondo, Ciò che egli immagina e costruisce non è una sola cosa o poche cose sparse e disseminate ma un mondo intessuto di relazioni e rimandi che lentamente si annodano e si sviluppano fino a formare una nuova patria, mentale e ideale. Luogo fantastico e utopistico, questa patria ha un valore escatologico perché in essa si risolve e si dissolve, con una liberazione, quel volto sinistro del mondo reale che ha condannato l’esule all’estraneità. Parimenti esuli e vaganti, sognanti e squattrinati presso signori damascati e pensioni di terz’ordine, Dante e Joyce, costruiscono pazientemente la tela dei loro mondi, la Commedia e l’Ulisse, che sono ambedue viaggi e non viaggi : l’uno, in quanto
girovagare nello stesso luogo e l’altro come ascesa in un luogo dello spirito. In essi, comunque, i poeti cercano una via d’uscita, e non solo per se stessi, ma anche e soprattutto per la loro terra di fronte alla storia. Ma c’è un terzo mondo che scaturisce, secondo molti studiosi, proprio da un esilio ed è la Bibbia, partorita molto probabilmente proprio dalla cattività babilonese. Dante ne è il mimetico continuatore, nella sua geniale convinzione di scrivere un terzo vangelo, almeno secondo Burke. E Joyce, pur modellandosi geometricamente sulla struttura e sui numeri dell’epica omerica classica, non trascura di trovare il suo protagonista in un ebreo. Il valore di annuncio e di liberazione che si annida nella Bibbia ha un riscontro preciso nei
suoi profeti i quali nella gran parte nascono dalla sofferenza della cattività babilonese.

Il nuovo mondo ideale dell’esiliato è rigoroso.
Se è vero, che è dall’esilio babilonese che scaturisce la Bibbia, occorre riconoscere che il libro dei libri corrisponde ad una rigorosa ristrutturazione della cultura religiosa ebraica antica. E’ con la Bibbia infatti che la religione ebraica si rinsalda nel suo estremo monoteismo contro le più vaghe credenze dei cananei e al tempo stesso il monarca deve lasciare ai sacerdoti la gestione delle cose sacre, mentre il popolo ebraico, consolidando la sua identità, si forma come popolo chiuso. Sembra quasi che la mutevolezza di condizioni e spesso lo stato di minorità al quale l’esiliato è costretto, lo induca ad immaginare un mondo singolarmente forte e resistente nelle sue strutture.

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