Museo dell'Arte Contemporanea Italiana in Esilio

MUSEO DELL'ARTE CONTEMPORANEA ITALIANA IN ESILIO

Il progetto ideato da Cesare Pietroiusti, in collaborazione con Alessandra Meo, Mattia Pellegrini e Davide Ricco, intende raccogliere su tutto il territorio italiano opere realizzate da personalità singole o collettive che svolgono attività creative sorprendenti, eterodosse, fuori dai circuiti della comunicazione mediatica.
Il Museo non avrà una sede fisica fissa: concepito come entità nomade sarà esiliato presso istituzioni museali e associazioni culturali estere.

mercoledì 26 febbraio 2014

Giulia Girardello incontra Aldo Piromalli

Venezia, 4 gennaio 2014

Incontro Aldo un tardo pomeriggio di fine novembre, mentre una pioggia leggera illumina di riflessi le strade del centro di Amsterdam.
Dovevamo vederci in realtà ore prima, avevamo una sorta di appuntamento alle due davanti al piccolo albergo dove alloggiavo. A. si è presentato lì troppo presto, ancora la mattina, e poi non trovandomi se n’è andato.
Quando arrivo dall’aeroporto, la signora dell’albergo mi dice: è venuto un uomo per lei, un olandese. E sento il suo sguardo che si sofferma, tra il preoccupato e il severo, per vedere la mia reazione.
Salgo nella mia stanza giusto il tempo per lasciare lo zaino e sono subito fuori, sul marciapiede davanti all’entrata, ad aspettare il ritorno di Aldo. Attendo un’ora e mezza, passeggiando lungo la via e cercando di riconoscerlo tra i passanti. Comincio ormai a credere che abbia cambiato idea, che non voglia incontrarmi – cosa che del resto non mi stupirebbe e che avevo messo in conto ancor prima di partire. Poi il mio telefono suona.
- Giulia, Aldo. Ma non ce sei venuta ad Amsterdam?
- Certo Aldo, sono qui, sono davanti all’albergo!
- Ah, allora aspettami! Mezz’ora, quaranta minuti al massimo, arrivo.
Ci troviamo finalmente quando ormai il cielo comincia a scurire. Mi colpisce il suo sguardo, sereno e aperto come non mi aspettavo. Gli occhi protetti da un paio di grandi occhiali a mascherina trasparenti.
Iniziamo subito a camminare. Aldo parla a ruota libera di tutto, la sua vita passata, il presente, vicende personali ma anche letteratura, economia, arte, religione. E mentre racconta mi porta in giro per la sua città, nei posti che lui frequenta quotidianamente. Entriamo in negozi specializzati in meditazione e religioni orientali e diverse librerie, grandi, disposte su più piani, di cui mi fa visitare le sezioni che dice più interessanti.
Beviamo un tè al McDonald’s, gli dò la penna stilografica che mi aveva chiesto di portargli come regalo. Facciamo poi una sosta anche al supermercato per comprare delle bibite. Camminiamo al buio sotto la pioggia senza ombrello tra la tanta gente che affolla le vie del centro, mentre Aldo mi spiega quanto sia interessante la terminologia tecnica nel campo dell’edilizia e l’andarne a cercare i riferimenti, le origini. L’etimologia delle parole.
Al momento di salutarci, mi chiede dei miei programmi per il giorno seguente. Vorrei andare a vedere la zona dei musei. Sono anni che non ci vado, dice lui, non mi interessano più. E’ meglio che ci vediamo anche domani, però, mi viene a trovare una persona ogni trent’anni! Discutiamo un po’ sull’orario perché lui la mattina deve pregare e fare meditazione ma alla fine riusciamo a trovare un accordo.
La mattina quando esco dall’albergo Aldo già mi sta aspettando. Riprendiamo la nostra passeggiata-chiacchierata come non si fosse mai interrotta. Aldo cammina veloce e parla senza sosta. Arriviamo in questa grande area dove si trovano i musei: Rijksmuseum, Stedelijk Museum e Van Gogh Museum. Edifici enormi, imponenti, curatissimi, che si affacciano su un grande prato centrale. Aldo è titubante, se ci tieni proprio a visitarli… ma a parer mio non ne vale la pena. Sono troppo carichi, le opere sovraesposte, c’è tutto un senso del prestigio, del nome famoso. Le opere di Van Gogh te le vedi meglio a casa in una buona riproduzione a colori.
Ci sediamo su una panchina nel parco, con i musei alle nostre spalle. Aldo mi dice ti mostro il mio libro di preghiere e tira fuori dallo zaino un fascicoletto fotocopiato e ripiegato, avvolto in un tessuto rosso e fucsia. Sento che è un momento importante, un privilegio che mi emoziona. Una volta sono stato al Taj Mahal, dice. Ci sono passato a fianco ma non sono entrato. Poi però una volta a casa mi sono subito messo a studiare libri di geometria.
Penso che sia perfetto essere venuta in questo posto con lui e poi non entrare. Lo spazio del né sì né
no.
C’è bisogno di cose concrete, dei sapori, degli odori. Al mercato mi trovo bene. E così la nostra meta diventa una visita alle bancherelle di un grande mercato fuori dal centro. Ci arriviamo passando attraverso quartieri residenziali semideserti. Non so assolutamente dove ci troviamo ma mi lascio condurre dalla mia eccezionale guida, che continua a parlarmi mescolando fatti storici e racconti personali, cose accadute pochi mesi prima e avvenimenti di altre epoche.
Di ritorno dal mercato passiamo di nuovo davanti ai musei. Sono molto combattuta. Mi piace il fatto di non entrarci, un atto performativo ineccepibile, che mi fa pensare a Dora Garcìa e Francesco Matarrese. D’altra parte ho la sensazione che questo sarebbe un gesto che non mi appartiene veramente, non lo sentirei mio fino in fondo. Mi viene in mente in quel momento che prima di partire avevo stampato alcune pagine di un testo di Paolo Virno che volevo leggere durante il viaggio. La doppia negazione. Ecco, il mio sarà un non non-entrare.
Così io ed Aldo ci separiamo lì, salutandoci come se ci dovessimo rivedere domani o la prossima settimana. Lo guardo attraversare la strada e allontanarsi.
La visita al museo mi riporta alla mia solitudine. Dopo ore e ore dedicate ad ascoltare Aldo e prendere il più possibile di quello che veniva da lui, un po’ di silenzio mi fa bene. La noia e la delusione, invece, sono la dimostrazione che Aldo aveva ragione. Non ne vale la pena, sono altre le cose che ti danno senso.
Del resto sono contenta di esserci andata perché non l’avrei capito senza provarlo direttamente e poi, la cosa più importante, senza quella pausa, non ci sarebbe stata. Lasciato il museo, infatti, faccio una sosta in una piccola piazza e mi accorgo che sulla panchina di fronte a me, a poche decine di metri, sta seduto Aldo. Mi alzo per raggiungerlo. Quando anche lui mi vede, il suo volto si apre in un grande sorriso. Non so se mi stesse aspettando, se immaginava sarei ripassata di lì. Ecco, ora mi vedi come sono di solito, dice lui.
Facciamo ancora due parole e poi ci scambiamo un secondo saluto. Questa volta sono io che mi allontano e lascio Aldo sulla sua panchina, a guardarsi assorto tutta quella vita che gli accade attorno.
Le persone muoiono, quante volte l’ha ripetuto. E allora tra noi calava il silenzio. Forse i nostri discorsi si erano troppo avvicinati e c’era il bisogno di ritrovare una distanza di sicurezza. Noi così estranei e le nostre vite tanto diverse. È stato bello metterle assieme, anche solo per poco.
Addio Aldo, anzi arrivederci.

Giulia Girardello

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