Museo dell'Arte Contemporanea Italiana in Esilio

MUSEO DELL'ARTE CONTEMPORANEA ITALIANA IN ESILIO

Il progetto ideato da Cesare Pietroiusti, in collaborazione con Alessandra Meo, Mattia Pellegrini e Davide Ricco, intende raccogliere su tutto il territorio italiano opere realizzate da personalità singole o collettive che svolgono attività creative sorprendenti, eterodosse, fuori dai circuiti della comunicazione mediatica.
Il Museo non avrà una sede fisica fissa: concepito come entità nomade sarà esiliato presso istituzioni museali e associazioni culturali estere.

domenica 20 gennaio 2013

Una divagazione intorno al concetto di Esilio, auto-esilio Exile, self-exile di Mariella Guzzoni


“Abbiamo bisogno che la vita sia possibile in qualche luogo, dal 
momento che è legge dei corpi occupare un posto”. (Maria Zambrano) 
“Le pays ou la patrie est partout.” (Vincent Van Gogh) 
Esilio, esiliare, esiliato, esulare, esulato, esule. La radice è 
comune, dal latino exsilium, “fuori da questo luogo”. 
Salvatore Battaglia, nel suo monumentale lavoro sulla lingua 
italiana parla chiaro: 

“Esilio, sm. 1) Sanzione (che nel mondo antico spesso sostituiva 
la pena di morte) consistente nell’allontanamento obbligatorio 
dalla propria patria del colpevole di un delitto (comune o 
politico) considerato particolarmente grave. 
2) Abbandono della propria patria che, senza essere imposto dal 
pubblico potere, una persona è però costretta a compiere (pur 
essendo per lo più innocente, almeno formalmente) per evitare 
gravi pericoli o per altre cause di forza maggiore ( per lo più di 
origine politica o anche familiare) o per ragioni etiche o 
religiose.” 

Dunque l’esiliato è colui che è condannato all’esilio, mandato 
in esilio, o costretto all’esilio; bandito, proscritto, confinato, 
scacciato, deportato. 
E l’esule chi è? Aggettivo e sostantivo ad un tempo, maschile e 
femminile ad un tempo, la parola esule racchiude in sé non solo 
una passività, ma un’attività. Esule è colui che va in esilio, che 
vive in esilio, che va ramingo, errabondo. 
Ed è proprio quest’attività, questo sentimento di condizione pura, 
dell’essere nudo corpo, pronto a gettarsi fuori, in qualche luogo, 
che corre instancabile sul filo della conquista di uno spazio 
aperto, paese o patria è ovunque: esilio come condizione, esilio 
come scelta, esilio come apertura al campo dell’altro, come 
incontro, esilio come luogo di meditazione, occasione di 
ri-nascita. 
Maria Zambrano, Vincent Van Gogh, due esempi straordinari, lontani 
ma vicini. Esule politica l’una, esule errante l’altro. Cosa li 
accomuna? “La vera crescita si manifesta così: morire e 
resuscitare, sprofondare e rialzarsi”. “Disnascere”, scrive 
Zambrano. “Sempre in uno stato di esilio, sempre appeso a un 
filo”, scrive Van Gogh.  Dis-nascere, una parola chiave coniata da 
Maria Zambrano, come primo atto necessario a disfare la nascita: 
“l’unica tragedia è l’essere nati”.
Nell’epistolario vangoghiano, come nell’epistolario zambriano si 
percepisce il grado zero dell’essere: l’esilio non è castigo, non 
è ripiego, non è fuga, al contrario è una aperta dichiarazione di 
volontà. Volontà nel vivere per “riconquistare il sentire 
originario delle cose, del paesaggio, della gente...” “Vivo e 
muoio ogni giorno,” scrive Zambrano, “la povertà, la malattia, la 
vecchiaia, la follia, e sempre l’esilio”, scrive Van Gogh. 
Esilio come stato.  Auto-esilio come scelta di condizione vitale 
portata al margine  più vicino possibile all’azzeramento. Nel 
tempo prima che nello spazio. “Puro esser-ci”1, da cui partire, da 
cui disfare la nascita originaria. Sprofondare e rialzarsi. In 
questo senso Zambrano e Van Gogh si avvicinano, nella ferma 
volontà di dis-nascere. Di ri-nascere. 
Esilio attivo, dunque, consapevolmente scelto e giornalmente 
praticato. Un esercizio. Un credo. E, anche, un isolamento, un 
modo speciale di guardare il mondo. 
Un modo speciale di guardare il mondo, è questo sguardo che 
interessa al Museo in esilio, “entità itinerante”: artisti e 
realtà capaci di guardare alle cose della vita e del mondo in un 
altro modo, artisti a margine, artisti nascosti, disturbanti e 
disturbati. Artisti esuli o esiliati, da portare in esilio. Auto- 
esilio. Self-exile. 
Da questa prospettiva potremmo dire che il progetto del “Museo 
dell’arte contemporanea in esilio” rovescia dal suo interno un 
concetto storico e linguistico per porsi come forma-occasione di 
resistenza e di dissidenza. 
Exist-resist. 

m.g. 
settembre 2011 

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