Museo dell'Arte Contemporanea Italiana in Esilio

MUSEO DELL'ARTE CONTEMPORANEA ITALIANA IN ESILIO

Il progetto ideato da Cesare Pietroiusti, in collaborazione con Alessandra Meo, Mattia Pellegrini e Davide Ricco, intende raccogliere su tutto il territorio italiano opere realizzate da personalità singole o collettive che svolgono attività creative sorprendenti, eterodosse, fuori dai circuiti della comunicazione mediatica.
Il Museo non avrà una sede fisica fissa: concepito come entità nomade sarà esiliato presso istituzioni museali e associazioni culturali estere.

venerdì 4 novembre 2011

Performance Trastevere 259_Giuliano Nannipieri

8 aprile 2011
Dopo una lunga discussione e l’ennesima dichiarazione di abbandono, la sera di giovedì 7 aprile non ce la faccio a pensare diversamente e decido di non venire a Roma ( quella sera ho pensato che non sarei proprio venuto) - optando piuttosto per un intervento telefonico- (quello del cellulare in bagno, posato su un letto di monete nella vasca, con ingresso individuale e racconto di fiabe previo pagamento all’ascoltatore- intervento che ho raccontato, esposto, accennandolo come possibilità, come corpus, durante la performance)- sono infatti troppo stanco per ipotizzare una mia partenza, ho gli occhi gonfi : non  dormo quasi per l’intera notte. Venerdì mattina ricevo la telefonata di Betti: :per strada ha trovato un biglietto ferroviario usato, la cui destinazione, in data primo aprile, è Roma Termini –  un segno indirizzato, volto al partire.
Dopo la scuola, nel primo pomeriggio saliamo sul treno.(le minacce di abbandono sono parzialmente rientrate)
Scendiamo a Trastevere, arriviamo all’Ara Pacis dopo varie telefonate; ci  siete: Mattia, Alessandra e Davide ; sembra che Dora (Garcia) abbia proposto di mettere il carrello di Delle Chiaie dentro una teca di vetro (alla biennale) “che palle!” ho un vortice, già avevo preconizzato l’uso della teca, in termini anche metaforici, nella prima mail a voi indirizzata ma adesso eccola qui “bell’eppronta” . Certo, è evidente, il carrello è troppo “contaminante”, si pone così il problema dell’oggettualizzazione e della ridefinizione dell’aura. E’ chiaramente la cornice a fare il quadro: un bel parallelepipedo anche se di vetro come del resto un rettangolo, da sempre hanno risolto e risolvono  molti problemi in arte, ed in fondo anche qui penso “la cornice”, quella  del museo è l’opera, questo museo in esilio, e noi poveri nienti, al massimo opere, crocefissi da esporre. La componente auratica e narcisistica di Fausto è stemperata nella democraticità della proposta, non c’è un pubblico socialmente eletto, l’opera è rivolta a tutti, la lotta con l’enorme teca dell’Ara è evidente; questo doppio- narciso  manifesta la sua forza nella costanza della proposta, nel coraggio della costanza, nell’essere continuamente in gioco : genius loci. Io parlo di bagni in laguna, e lui mi suggerisce di indicare degli orari. Penso di chiedere una teca piena d’acqua in cui far bagni- già l’ho proposto alla fondazione biennale, circa una ventina di anni fa; no! in realtà non voglio teche, non ne voglio. Avrei voglia di tornare a casa.
 Invece arriviamo allo studio di Cesare. Qui,  Matarrese col suo tono litanico, sembra catechizzare Dora,  parla e parla con fare ipnotico: certo si è autosospeso dalla produzione di opere materiali  ma sembra assolutamente intento a conservare memoria di se, del suo rifuto, a tramandarla, intento a costruire il suo monumento teorico, mnestico, auratico-  Penso all’arte contemporanea, non solo italiana e vedo un’infinità di opere che mi sembrano realizzate perfettamente per stare, essere collocate, perfettamente, in ipermercati, magari alcune al reparto elettrodomestici, altre in quello mobilio, altre ancora, grandi gigantografie pronte per qualsiasi spazio; è vero anche l’arte rinascimentale  precipuamente aveva come spazi chiese e palazzi e noi ora abbiamo i non loughi, gli ipermercati, tuttavia quando penso a queste opere (e potrei fare esempi) e le vedo appunto ben collocate come attrattori e distrattori  in tali spazi, mi sento triste, mi paiono orribili. Tuttavia anche essere votati a se stessi e non soltanto per denaro mi sembra una tristezza. Ma cosa ci faccio io ora qui? Mi faccio tristezza, anch’io. Cesare sembra in lotta con gli angoli del proprio corpo ed ha trovato delle soluzioni abbiglianti per ridurli a curve, sembra di gomma: mi dice che la madre si lamentava che in lui fossero troppo evidenti le ossa- mistero e potere della madre, le ha smussate. Giù a comprare la Pizza parliamo di Beecroft, di come forse i primi lavori, per me solo il primo, quello nello studio di Inga Pin, avessero un senso, ora sembrano avere quello di animazioni per gli spazi lingerie degli ipermercati, appunto. Di Cattelan , Cesare dice che è uno intelligente, certo anche lui è pronto al rifiuto (così almeno ha dichiarato su Repubblica) ma che tedio!, che noia! Fino ad ora ha lavorato e lavora per essere un marchio, per essere un “ brand”, detesto questa impostazione, questo identitarismo a tutti i costi, questa, scusate, fallicità ed il connesso senso dell’umorismo, anzi della goliardia, dello scherzetto da maschi, il gusto per la boutade.
 Di nuovo su :  Darsi, il maltese, apre al  “può darsi” (è una cifra sensata), al darsi alla fuga ( da me proposto) e al darsi malati, suggerito da Cesare.  Vorrei provare a finire ed andare a letto, a riposarmi; operare ed accennare, non essere invasivo, tentare di non esserlo, lavorare per tentativi, fare e non fare, incerto, senza creare distanza, anzi provando a ridurla ad allentare i confini, senza pretese, in modo anaeroico, non auratico. Apro il rubinetto della vasca e torno dopo poco a chiuderlo. Arrivano le olive e mi piacciono, O-LIVE, si è vitale e mi distraggo in parte dalla stanchezza. Propongo un lavoro da maestra e racconto, accenno cosa avrei potuto fare, dimesso e falsamente dimesso, dimezzo, riduco il racconto, il corpus:” nella vasca piena d’acqua su un letto di monete, il corpo avrebbe evocato un periodo ed un fare eroico ( anche per questo ho preferito ridurla, questa performance a corpus, a racconto, ad accenno) da qui avrei telefonato ad ognuno che entrasse, leggendo due favole ( che trascrivo)  lasciando ad ogni incontro la disponibiltà  a mutarsi  nel farsi della relazione. Ricordo come telefoni e computer avviino ad una vendita dell’attenzione: pagare appunto per esistere, per essere ascoltati o letti. Leggo distrattamente le fiabe e consegno ai presenti  l’equivalente in centesimi per un ascolto al cellulare o al computer , le fiabe sono le stesse che avrei usato anche nella performance a distanza sopra citata. Comincio a distribuire del materiale:”questo lavoro ha sette anni, è un lavoro didattico che ho proposto a scuola per sdrammatizzare un problema”.  Nei piattini che abbiamo preso in cucina metto della farina, mettiamo dello zucchero ed acqua, cominciamo a mischiare a formare della pastella, della pasta plasmabile che viene aggiustata dai vari piccoli gruppi. Dovremmo fare delle palline piccolissime, delle piccole sculture, ruotandole sotto le dita, ecco dovrebbero essere delle uova. Infatti i bambini avevano paura del contagio, dovremmo allora fare delle uova di pidocchio: il senso era esorcizzare il contagio e ridare ai pidocchi, alle loro uova, la funzione che avevano avuto in origine, quella cioè di sollecitare l’intrapresa della cura reciproca. Tornare alle origini antropologiche della cura. Invito ad attaccare le uova virtuose ad un compagno e successivamente a toglierle, direttamente mangiandole, Chiedo inoltre che sia pagato ogni uovo sottratto, che la componente cinica del pagare per l’interazione resti, sia innestata su questa originaria pratica di cura, ( ricerca di attenzione reciproca) “ti pago per attaccarti l’uovo e togliertelo, per avere la tua attenzione nel togliertelo, per darti la mia attenzione, per esistere”. Faccio l’ipotesi dell’acquisto reale delle lendini ma per l’occasione ho preferito lavorare sui “pidocchi dolci” facendo riferimento al mio status sociale di maestra.( evoco la distruzione progressiva  del modello di cooperazione fra donne proprio della scuola primaria italiana, distruzione messa in atto dall’attuale governo)
 In fondo le differite pratiche di contato con cellulari e computer rinviano a queste più dirette e originarie pratiche d’attenzione. Lavoriamo, ci sono scambi, mangiamo uova, le attacchiamo, le realizziamo, le mangiamo ( la vicinanza della bocca richiama l’antropofagia e la rende attendibile) passano centesimi, evochiamo il mercato, la sua ormai ubiqua  ineludibilità.  Le piccole sculture vengono mangiate, scompaiono, non c’è niente da vendere che non sia gia stato venduto o comprato, restano solo centesimi ed esperienza di cui forse parlare, lavoro improduttivo anzi dispendioso, il contagio reale è quello indotto dall’uso del denaro.  I confini mi sembra.sono allentati e tuttavia io mi sento fuori luogo: sono una maestra non un artista, nella società in cui si paga per essere ascoltati, per aver un  po’d’attenzione, l’arte nel mercato mi fa orrore, l’arte del mercato.   Si apre interlocutoria l’ultima evocazione : i carciofi  ( dimenticatemi perché sono nessuno, un buono a nulla) astrazione – non solo allontanarsi dal potere metamorfico del denaro : mangio l’uovo, realizzazione plastica, e subito freudianamente  pago-dono  con le feci fatte denaro, la cui plasticità è recuperata dalla natura metamorfica dello stesso. L’esilio non solo vuole porre la distanza dall’arte come oggetto di vendita, dal mercato, l’esiliato che io sono trova patetico, su di se, in primis il desiderio di persistenza nella memoria, vorrebbe emanciparsene. Carciofo: leggo un testo sui fiori commestibili. Ipotizzo che i mangiatori di loto dell’odissea siano in realtà mangiatori di carciofi, di fiori in boccio. La vicinanza formale fra loto e carciofo è assoluta: harsuf  è il nome arabo del carciofo-  (dico che avrei potuto far galleggiare i carciofi sull’acqua della vasca, floating flowers, evocare praticamente le ninfee di Monet, ma non lo faccio , chiedo di persare a questa possibilità, di ipotizzarla- dare al possibile la natura di virtuosità, di immagine realizzabile –“potete immaginarlo” mi limito a dire - senza ricadere nel potenziale metamorfico del denaro, che in tutto può trasformare il proprio potere anche nelle ninfee di Monet- il virtuoso contro il virtuale- una cosa non fatta, evocata contro le carte di credito e il possesso).
 Harsuf  è il nome arabo del carciofo, e suf  rimanda a sufi a sofia, a saggezza.. Fiore spinoso, fiore della saggezza. I compagni di Ulisse mangiano loto ( pianta della saggezza- quale miglior saggezza dell’oblio-), dimenticano la patria e così anche la condizione d’esilio. Anch’ io voglio dimenticare, e far dimenticare. Propongo di far passare i carciofi e qualcuno inizia a sfogliarli e a mangiarne i tepali (una donna, Carolin credo): dimenticare, un sogno è dimenticare, restare finalmente senza memoria.  Vi chiedo se volete farne una frittata, perchè? (provo a dissuadere l’ospite: distrarre con l’astrazione e la nostalgia).  Possiamo non farla, e decidiamo di  farla -il carciofo spinoso è anche simbolo del lavoro post edenico- perché da sempre le donne nel loro lavoro ripetitivo e continuo, anidentitario, lavoro di cura , hanno trovato in questo continuun di lavoro, apparentemente improduttivo, (improduttivo?) la possibilità di perdere la memoria, di cancellare il dolore, di rimuovere le distanze, di ridurle accomunando, rendendo col fare,  gli altri più vicini, più simili, uguali, nel perdere almeno parzialmente la memoria di se, il confine con gli altri…dimenticare lavorando con gli altri, per le altre persone, prendendosene cura, dimenticando di se, i dolori, i confini, accogliendo,  amando….......l’odore del fritto fa dimenticare spero, almeno per un po’, il motivo del convenire.

……..( pagare anche per dimenticarsi) …….     ( anche di pagare)…( anche di esistere)   …dimenticare…..

* Fiabe 

Una principessa che non voleva crescere preferì addormentarsi e continuare a dormire piuttosto che vivere e fare tutti i giorni le stesse cose. 
Sognò di non avere un corpo di cui occuparsi: con tutte quelle inutili ossa, ed angoli e fatiche di ogni genere per conservarlo.
 Sognò per tutto il tempo di essere una sfera di luce, leggera come le lucciole nelle notti di maggio.
 Dormì. 

Un imperatore decise di bandire un concorso per il “vestito più bello”. Dopo aver a lungo parlato con una sarta filosofo si convinse che il corpo nudo era di sicuro l'abito più bello. In molti credettero che era stato truffato.

*( qui ora, come sopra, subito autoschizofrenogeno documento)         : corpus


Risposta di Mattia Pellegrini:

1.53
Leggo e rileggo il testo di Giuliano.
Comprendo oggi, in maniera ancor più chiara, la forza della sua parola.Forse perché questa volta ho partecipato alla performance da lui descritta e qui vi trovo la carica che mi fa tornare indietro e riflettere su questioni che in quel momento non ero riuscito a vivere, a captare.
E' sorprendente riconoscere senza alcun dubbio quello di cui Giuliano già parlava in “Restaurare una performance” : l'utilizzo del testo scritto per documentare una performance.
Come scrive Alessandra nella sua tesi parlando di Giuliano “Fotografie e video registrano per sempre un momento effimero, ma non hanno la capacità di farcelo rivivere, soprattutto quando di questo evento non siamo stati testimoni diretti e non possiamo perciò far ricorso alla memoria per completare la parzialità delle immagini. E' il testo, secondo Giuliano Nannipieri, lo strumento privilegiato per la ripetizione nel tempo di un'azione già consumata. Il testo è capace di oggettivizzare il gesto senza ridurlo ad un prodotto commercializzabile, conservando così gli aspetti fondamentali dell'happening: la sua carica dirompente e l'attacco alle nozioni tradizionali dell'arte, la sua processualità e la partecipazione attiva dello spettatore, divenuto lettore ”

La grande tensione della serata dovuta a molti fattori..la prima uscita “ufficiale” del team museo in esilio davanti a Dora,Carolyn e Cesare....il non poter comunicare in inglese....lo scherzetto (o forse no) dell'introduzione alla performance con la lettura indecisa e quasi impercettibile delle fiabe da parte di Giuliano (ad oggi credo che volesse rompere più che una certa “aura” della situazione, il ritmo,la processualità dell'azione, creando uno “spaesamento” reale) tutto questo non mi aveva fatto cogliere le riflessioni che il testo oggi mi pone davanti;
i carciofi come fiori di loto mangiati dai compagni di Ulisse per dimenticare la condizione d'esilio; uomini esiliati, appunto, che non riescono a tornare a casa;
i pidocchi, toccarsi come eliminazione dell'aura umana, il tornare all'antropologia del contatto, oggi ridefinito dai medium tecnologici;
ed infine la frittata: l'oggettualizzazione dell'opera che diventa non commerciabile, ma commestibile.
Digerire per comprendere”.

Attraverso il testo rivivo un esperienza passata in maniera profonda e significante (impossibile viverla attraverso il video o le foto perché ormai,come generazione 2.0, siamo esseri passivi bombardati dalla comunicazione video.consumistica)

Appena spedita la sua mail Giuliano mi ha chiamato ed abbiamo parlato di quanto l'arte contemporanea sia insignificante se non carica di riflessioni sociali,di quanto sia inutile se non crei pensieri che permettano una rivoluzione etica della nostra società...
credo che questo progetto e gli interrogativi dello stesso Giuliano pongono questioni profonde, creano dubbi e perplessità nelle nostre menti, caratteristiche essenziali dell'arte e della cultura contemporanea in un mondo dove oggi più che mai c'è bisogno di riflettere,pensare,lottare,agire.

Pensando l'intervento a Trastevere 259_ Giuliano Nannipieri

A Roma sono stato cattivo o almeno mi sono sentito tale, ( e non mimo le roussoviane confessioni) come al solito invidioso, e inadeguato: soggetto ad una sorta di rancune di casta. – ho pensato ad una svariata serie di interventi- e anche ad interventi “aggressivi”- che in un parte vi ho comunicato. Tuttavia la sensazione che avevo e che in una certa misura mi resta, è quella di un non più necessario per me operare nell’arte, nei contesti preposti ; come a dire che un tempo mi era vitale testimoniare l’urgenza di un altro mondo, rispetto all’ufficialità dei percorsi e allo stretto connubio di questi con il mercato, testimoniare un lavoro, il cui valore non risiedesse nel costo e nella vendita ma nel portato emotivo, evocativo, nel suo statuto appunto di testimonianza che in quanto tale doveva essere accolta, ESposta.
Ricordo di come una volta, credo nel ’97, in occasione di un’”Arte all’Arte”, manifestazione a cura di Angela Vettese, io sia andato fra il pubblico itinerante, vestito con una gonna rosa a fiorellini, una camicetta a fiori più grandi (delle calle), ed un cappello piccolo militare. Sono andato a vedere le opere, camminando, con ai piedi sandali stretti, da bambina : ho comminato fino a sanguinare, fino a far aprire sopra ai talloni delle abrasioni così larghe e profonde da finire in ospedale. Ricordo il dolore, e di come molti vedessero il lato comico della situazione ma non avvertissero minimamente quello che in realtà era il lavoro: il dolore infertomi dai sandali, l’apertura delle ferite- scegliendo in molti appunto di fermarsi piuttosto a notare l’idiozia di una tale presenza, dell’inutile ESibizione. Ricordo di essere stato sostenuto da quel dolore, e dalla ferocia anche delle considerazioni diversamente dolorose” lei è fuori luogo” ” è patetico, pazzo” .Ed io : “questo è rendere la pazzia , qualcosa di utile.. nell’esporla, nel darle un contesto adeguato, che sono io a scegliere”. Il giorno successivo nonostante le prescrizioni mediche: mi sfascio e torno alla manifestazione, mostro le ferite, ( indosso un saio, da frate) cammino su una lunga scala precedendo gli altri, ostendo le lesioni.”Non posso crederci, sono ovviamente false o lei e veramente un pazzo”. Ho pensato che quel lavoro sul mio dolore d’essere uomo, piuttosto che bambina, o fiore o insetto o santo , il dolore d’essere definito da altri, e comunque anche l’autodefinirsi come bambina, fiore o santo, mi lasciava, mi avrebbe lasciato sempre inadeguato alla vita, tuttavia il rifugio, anche occasionale, nell’arte o quantomeno l’illusione che quel contesto offriva come luogo di ripattegiamento categoriale , da altri preclusomi, in realtà era necessario lo rivendicassi a qualsiasi costo, pur ridotto nel complesso a tallone d’Achille, a mero punto debole.
. La gabbia del corpo, (anche sociale) e l’invidia come motore verso l’altro, ciò che non si è (come potremmo esserlo?), il corpo come serie di leve (come evaderne), ed il desiderio di poter creare vita, come una donna..
Quando è nata mia sorella devo aver capito che con mia madre il rapporto non era paritario, in modo definitivo, lei era una porta, da cui potevano uscire altri,( una divinità che evocava da se la vita) filogenesi e ontogenesi si sovrapponevano nel farmi ripercorrere complessi d’inferiorità maschili ed invidie ataviche (* complesso compensativo del demiurgo). Mia sorella poteva a sua volta farsi porta, accesso creante, avrebbe potuto scegliere di esserlo. Mi è apparsa la catena potente delle donne: da una ne esce un’altra e così via senza soluzione di continuità. Accelerando il tempo, in una visione ipotetica a distanza, vedremmo rapidamente da donna uscire donna, creanti un continuum di senso e veder morire di lato creature senza seguito, rami morti, resecati, gli uomini. Si sono dati questi ovviamente il compito di riempire il loro vuoto, l’impotenza creatrice, con case, opere *, cercando al contempo di controllare, umiliare, imprigionare, nel loro complesso d’inferiorità dissimulato- ma costitutivo del maschile - le donne.
(Subire quello che si ha o provare a inventare ) Mi è sembrato che un esercizio ripetuto di cura mi mettesse nella condizione di fuoriuscire dall’invidia come già forse ero fuoriscito (sentendone tutta la disperazione) dalla postazione maschile dell’opera a tutti i costi, dal valore dell’ “avitale” creatura, della quale poter far commercio e sulla quale attivare l’esercizio e la pratica del valore economico- la metafora alchemica del trasformare la merda in oro mi sembra abbia al proprio fondo il rancore di un universo maschile incapace di accogliere la propria impotenza a far vita, e forse l’unica trasformazione auspicabile è quella del rancore in accetazione e infine in amore e cura)… Così sono diventato maestra. Come a dire che l’ingresso nella scuola mi ha garantito un fare continuo, performativo, di cura, un continuo operare senza opera, liberandomi in parte dalla condizione di solitudine, solvendomi dall’esigenza di” testimoniarsi” in contesti preposti (non invitato, non previsto), dall’urgenza di editare necessariamente la propria (mia) non accettazione di corpo e corpus, a tutti costi. Il dolore dilata il tempo, mentre il piacere contrae, fa scorrere velocemente. Stare nel contesto dell’arte con dolore era ovviamente dilatarne l’esperienza , il valore salvifico, alterante, di possibile, di non necessario, di scelto.
Cosa ci faccio ora io qui? Con voi ?, a Venezia forse. La struttura oppositiva che mi sta ancora al fondo, che mi ha portato ad andare dove non mi volevano, mi sollecita ad alcune visioni, pensieri di lavoro di cui vorrei parlare

. La scuola mi ha permesso di lavorare con donne, Nella scuola primaria italiana, prima della riforma, le donne ci hanno offerto un modello di collaborazione del tutto nuovo nell’orizzonte di senso in cui ci muoviamo- infatti nella scuola primaria, dal 70 ad oggi, ci sono stati pochi uomini e visto il contesto, noi presenti, abbiamo avuto l’opportunità di farne esperienza dal punto di vista sociale, paradossalmente come maestre - il modulo di lavoro -composto da donne, almeno 3, paritariamente presenti anche come tempi, con le bambine ed i bambini- è stato a scuola e per la società un importante modello formativo, di donne che cooperano, non monocratico, non matriarcale. Ora questo governo cancella, uno dei grandi risultati della rivoluzione femminista in Italia questo modello, pluralista e femminile, riproponendo il maestro unico, e lo fa fare ad una donna, come ministro, rappresentante, simulacro di uomini, a tutto vantaggio di un ritorno patriarcale di cui mi sembra pochi abbaino parlato, comunque non sottolineando a sufficienza la perdita che stiamo subendo. Ne parliamo dall’esilio?

Intanto a Roma ho continuato a pensare alla fragilità, come ad esser esili occorrano contesti protettivi, come quello dell’arte (così dovrebbe essere), ho pensato a come questa categoria, per un bambino, una bambina esili, sia, appaia una categoria che protegge e giustifica, un rifugio (come la lettura, come il disegno…) ; ho visto Matarrese bambino, piccolo (in proiezione) rifugiarsi e ribellarsi nell’arte e poi scoprire anche qui la protervia da cui fuggiva, penso a Merz che duramente gli propone di fare l’assistente, o alla crudeltà del sistema gallerie..
Nelle varie occasioni in cui mi ha visto in azione, Merz mi ha ripetuto” tu non sei un artista, sei un ballerino”. Credo alludesse appunto alla mancanza di forza che secondo i suoi parametri sprizzava dal mio lavoro, all’uso sempre costante del corpo per fare, e poco o nulla ottenere.

Una volta a Siena a palazzo delle Papesse, tagliavo in spicchi delle mele e le infilzavo, con un ricurvo ago da materassa, lungo uno spago, a farne una collana che si dipanava via , via, dalla mattina, al pomeriggio inoltrato.
Un'altra volta tagliavo a fette sottilissime pani di creta cruda e pavimentavo l’ingresso alla collezione permanente del Pecci. Piastrelle che rapidamente, dato il caldo e il calpestio dei visitatori si trasformavano in polvere.
Altre volte esposto nudo (in front off) davanti alle opere di artisti molto quotati quali Richter o Arachi,quale extracomunitario al sistema dell’arte………ho passato l’aspirapolvere davanti ad un opera di Tapies… facendo infuriare il direttore del museo; nel 2001 mi sono steso, coperto di piante ai giardini della Biennale, aiuola ( aion), evocavo l’emancipazione dal lavoro, con l’ipotesi di un'umanità fotosintetica, capace di nutrirsi appunto stando semplicemente al sole. (Dal ’95 mi sono posto il problema del restauro della performance attraverso la parola “dal corpo al corpus and back again “)

Così con l’ingresso a scuola ho sentito meno urgente la presenza del corpo (da esporre, con cui operare). Invitato ad una mostra nel giardino della facoltà di Architettura a Firenze ho inviato da casa delle foglie, cadute da una pianta d’appartamento in casa mia – raccolte dal pavimento-; le ho spedite perché fossero liberate in quel giardino ed i visitatori niente sapessero di questo inedito trapianto, passassero inconsapevoli, vuoti d’artificio .
Devo dire che mi sono anche sembrati meno idonei, i luoghi deputati all’arte: anapittura è il lavoro di chiusura, più esplicito, almeno così penso, del mio bisogno di accettazione contestuale gratuita : pagare per esistere, per togliere gocce di vernice, pagare per “documentarsi” e farsi, tradursi in Pubblicità. Cessare d’esistere, riconoscere l’economicizzazione estesa al fondo di qualsiasi istanza comunicativa, “pagare per essere ascoltati”.

Ho ipotizzato per lo “studio” vari lavori – mi sembra comunque ancora irragionevole il vostro interesse,vista la forza comunicativa del progetto, la cui bellezza non ha realmente bisogno di “artisti”, di ESiliati, la cui presenza virtuale mi pare al fine più che sufficiente.

Parlare delle diverse possibilità d’intervento: usare il bagno e far entrare una persona alla volta- gabinetto:
Cosa si trova?
Sono nella vasca, (immerso)
la vasca può essere piena d’acqua ed io vestito- sopra ad un’ asse scrivo o disegno----il tutto finisce nell’acqua, sotto di me ci sono delle monete, io telefono (chiedendo il numero alla persona, oppure usando due diversi telefoni presenti nel lavoro) telefonicamente la invito a prendere una moneta- posso così raccontare due favole con un diverso e diametralmente opposto approccio al corpo : accettazione/ rifiuto)…*…..

Nel bagno c’è solo un telefono appoggiato sul fondo della vasca coperta di monete, chi entra dovrebbe rispondere ed essere invitato a fare ciò che sopra è stato ipotizzato…(in questa versione non sarebbe necessaria la mia presenza a Roma)

*Lo stesso utente può essere invitato a raccontare ad altri le stesse storie, sempre previo pagamento del destinatario ( è ipotizzabile una versione sms delle storie).
Ora questo intervento, che potrei però raccontare, mi appare un operare scollegato, un fare troppo in vitro…una performance che risente di un fondo laboratoriale in cui o è troppo centrale il ruolo del corpo, oppure troppo defilato, non mi sembra sensata per i rapporti interpersonali, d’empatia che fra noi si sono attivati, non adeguata alla sfondo emotivo su cui si costruisce…..avrei bisogno di un lavoro più cooperante ed empatico ( ho paura di deludervi e deludermi; è anche questa una delle ragioni per cui preferirei ovviare e defilarmi) . L’idea della ricerca dei pidocchi, dell’acquisto degli stessi, del contagio mi appare troppo “aggressiva”, sostenuta da un cinismo non adeguato. Sapete che l’invidia ed il senso di inadeguatezza, come il fondo oppositivo, mi hanno fatto ipotizzare interventi clauneschi ed imitativi in cui, travestito da curatrice, provare a schiacciare gli artisti con fare da circo, urlando, inseguendoli, nel modo in cui avviene la catarsi in una farsa circense, oppure liberare davvero nello studio delle pulci, avviare un teatro delle pulci, fare le pulci… ma questi sono drenaggi verbali della mia ansia da esiliato, del mio timore d’esserci in quanto ruolo.
Avrete notato come per Venezia abbia fatto molte ipotesi stando a Roma e ve le abbia comunicate in modo quasi ossessivo.
Quella della vasca da bagno (in alcune della varianti di cui sopra), l’altra delle fialette di urina da liberare (nei bagni-cessi del padiglione) a cura dei visitatori pagati per farlo, la micronizzazione e la costruzione di fialette omeopatiche a partire da altissime diluizioni del mio sangue che possano essere distriubuite e pagate a coloro che le desiderano per la cura di una pervicace inadeguatezza al vivere, oppure un lavoro performativo con un lenzuolo/coperta da me disegnato, “esiliato schermo”, sotto al quale, sdraiato, urinare, cancellandone le tracce, i segni ( da qui telefonare ad un altro cellulare a disposizione degli astanti)…. o ancora dopo averlo disegnato, stando nella succitata vasca, lavarlo, detergerlo o farlo affondare in laguna, scivolando anch’io nell’acqua, immergendomi :Ipotesi che come sapete non mi soddisfano…( e l’esposizione della tesi di laurea, con cui “fuori contesto”, mi sono “preso cura” di me stesso? Mah?…Nella quale spiego anche le ragioni del mio passaggio alla scuola come contesto adeguato di sperimentazione, di cura…….)
Quello che vengo a fare a Roma è un lavoro che ho gia fatto in classe, un sorta di “esorcizzazione”, di normalizzazione, di un’ attività che sta al fondo della cura, del nostro essere umani e primati; lo presento come un laboratorio scolastico, con un andamento che coglie gli aspetti antropologici delle manifestazioni d’affettività e di cura, chiedendo la vostra cooperazione, una partecipazione paritaria….. una specie di festa.






Ancora appunti (su cesso d’esistere ?)_ Giuliano Nannipieri

Ricevo il vostro materiale, come al solito leggo male, ovvero leggo, come leggono credo non coloro che sono cresciuti in famiglie alfabetizzate e colte, ma da sottoproletario (e banalizzo) ovvero con l’urgenza di trovare qualcosa di utile,  la frase, l’idea che mi curi, mi aiuti- non ricordo d’aver mai letto un testo con disinteressata curiosità, con l’apertura all’altro (no), ma sempre con l’urgenza di travisare il testo e trovarvi quello che mi occorreva. Così devo dire che non mi  è mai particolarmente interessato che ci sia fedeltà, corrispondenza  fra quel che provo a dire e ciò che viene compreso: anzi è interessante credo osservare la distanza fra ciò che pensiamo di dire o fare e ciò che arriva agli altri, come ne facciano uso. La tesi di laurea  del 2009 è  nata fra le altre anche dall’urgenza di mostrare come fossi stato “tradotto” da altri in internet, come  ricostruito, provando a capire le ragioni di tali ricostruzioni, perchè ogni ricostruzione o proposta nasconde appunto criteri, propagandistici anzi pubblicitari cioè strategici. Nel testo che mi avete inviato, nella sezione che a me fa riferimento,  appare  una citazione da internet  dalla quale sembra evidente   che io sostenga la gratuità delle parole; è evidente invece che la curatrice d’allora avesse la necessità di semplificare, (credo che il rischio più grosso sia la semplificazione ed è ciò che vorrei anche voi valutaste perché penso che proprio la semplificazione sia una delle pratiche sociali in corso più attive e pericolose). L’intento curatoriale piega sovente l’opera e l’artista alle proprie esigenze, così in quel testo sul restauro della performance, lei che era interessata all’idea di restauro non colse il senso o decise piuttosto di non prendere le parti di un discorso che proponeva la progressiva feticizzazione della parola e che faceva riferimento al sistema dell’informazione come sistema banalmente economico. Come potrei altrimenti parlare del pagare per farsi ascoltare”, è ovvio che le parole abbiano un costo. Sottopongo alla vostra attenzione l’idea che negli anni settanta attraversò la critica, quella cioè di perdere il potere di selezione e porsi piuttosto nell’ottica dell’archivio ovvero della raccolta delle esperienze alterandole solo nella misura del raccoglierle (perché comunque secondo il principio di indeterminatezza di Eisemberg sembra impossibile non essere coinvolti in ciò che si osserva, non mutandolo, non alterandolo ) Quello di Carla Lonzi è l’esempio di un lavoro che lascia parlare soprattutto gli artisti e da quel suo non voler  invadere,  non imporsi Lonzi passò in seguito al lavoro sull’autocoscienza femminista,  a parlare di se stessa. 
Questa italiana mi sembra una sociètà fortemente egoica ovvero una società in cui i processi collettivi di semplificazione banalizzano alla coscienza i  desideri profondi in percorsi di omologazione. Il profondo, l’inconscio è tradotto e semplificato per, attraverso un io che omologa le pulsioni, che offre spazi egoici convenzionali di sublimazione; penso alla distanza per noi tragica che c’è fra   Pasolini e Saviano,  all’offerta che propone il sistema dell’arte, ai percorsi che si devono intraprendere per diventare prodotto altamente valutato e vendibile. In questo sistema di filtraggio, metterei  anche i social network, faceBook,  come anche (a proposito del contesto) i siti più conclamatamente  a pagamento sui quali i desideranti /artisti possono collocare le proprie opere e loro stessi. Si paga per essere ascoltati  e nel percorso intrapreso si finisce per non dire: lo spessore egoico è tale da intrappolare senza scampo il fondo della comunicazione, da annularne il portato comunicativo a tutto vantaggio del sistema di semplificazione.( Ecco vi provoco : quanto semplificherete, qual è il portato semplificante del progetto?E’ veramente importante che museo in esilio faccia riferimento a degli artisti” o la sua sensatezza è già nei propositi, oltre il reale coinvolgimento dei soggetti di cui parlate, mi sembra che la forza del costrutto non implichi la necessaria presenza degli esiliati, non ne è sufficiente la presenza “ideale” al di là del loro portato comunicativo?  ) Questo spesso, ingolfato io collettivo che si vale appunto di pratiche e dinamiche fortemente convenzionanti, di filtri che pongono pedaggi, pagamenti spesso rimossi, alla comunicazione interpersonale e intrapersonale mi offre  una lettura linguistico ludica dell’esilio: l’io indagato, quello da voi cercato, che appare certo disadattato, è esile,  è appunto un io esile , un esil io che non si è trovato,  per una serie di vicende nella condizione di attivare o assumere come propri i percorsi di mediazione offerti dai modi socialmente condivisi di rimuovere e sublimare; è dunque questo io ESil, ovvero molto più sensibile e permeabile alle urgenze dell’es, (più trasparente ?); una definizione  questa che accomuna, e che qui vuole vedere come proposito l’elisione spero del concetto di patologia a tutto vantaggio di  una ricerca di consapevolezza che rende visibile e accoglie ogni percorso. 
 Il mio ESil  io strattonato dai sensi di colpa ( più soggetto anche alle tempeste superegoiche) sente la vostra vicinanza, fatica a scrivere, pensa a quanto si è agitato perché fosse visibile, esponibile il suo percorso, perché  a tutti i bisogni comunicativi, a chiunque avesse  urgenze comunicative, fosse garantito di reaificarle all’universo della comunicazione (occupando musei, strade, luoghi pubblici senza permesso..parassitando nei luoghi preposti alle sposizioni ) senza attraversare, ma costeggiando  il mondo delle relazioni  commerciali e di vendita dell’universo capitale. Con gli  anni ho visto trionfare l’opposto:  internet, i cellulari, prendere, offrire un percorso ancora intimamente  a pagamento, con la consapevolezza rimossa di dover pagare anche per dire ciao, altro che manifestare grandi percorsi, piuttosto capillarizzarsi la procedura di selezione e rendere costante il pagamento delle proprie manifestazioni comunicative ;  così ho deciso di  mostrare, svelare quanto più possibile questa dinamica ormai strutturante le relazioni, i rapporti : “pagare per essere ascoltati “ per esistere.   Il pagamento di pubblicità che manifestano lavori apparentemente fuori contesto, è lavoro esso stesso, anzi è proprio un tale esile reingresso nel sistema- pagare per esistere- a svelarne le dinamiche, riconducendo il lavoro al pagamento medesimo (ci si apre così alla generalizzazione dell’idea del corrompere e dell’ attivare pratiche di prostituzione) 
Forse, giocando ancora con le parole, avere  una presenza da esil iato nel sistema  è  interporre uno spazio sottile, essere e trovare un’area  interstiziale, che renda visibile e  faccia “trasparire” il fondo………un fondo: fare mercato dei bisogni comunicativi, di contatto. 
Allora torno ai pidocchi,( è questa del togliere pidocchi una delle forme primordiali di contatto, di comunicazione)  torno all’idea di andarli a comprare in un campo nomadi, o per paradosso in Libia o Marocco- comprare la possibilità di toglierli uno ad uno ( pagandoli un tot cadauno ad esempio 10 euro per un pidocchio)  toglierli dalla testa di un vecchio, o di un adolescente e poi innestarli, trasferirli sulla propria, sulla mia e così aprire ad altri contagi  in contesti inediti, espositivi come quelli che mi avete proposto. Fare mercato di pidocchi e delle eventuali modalità di convivenza o eliminazione. Un teatro dei pidocchi ad evocare in ribaltamento una serie di pratiche commerciali, comprare l’incomprabile ad evocare la corruzione del comunicare. Certo il non farsi prevedibili facendo scivolare un contesto sull’altro mi sembra una pratica utile nel non incorrere nelle semplificazioni suddette, così da “cesso d’ esistere” al “teatro dei pidocchi” fino all’ipotesi di me, .ESil   IO  al guinzaglio di Cesare, ( che restano comunque virtuosamente lavori) mi  sembrerebbe ad esempio interessante passare a parlare in modo prospettico, attraverso la mia esperienza, di  scuola pubblica Italiana, in un contesto non italiano ma spagnolo, dunque in esilio parlare di come la scuola sia stata massacrata, di come la pratico,  utilizzando una spazio inedito non previsto come la Biennale,  per porre un problema apparentemente fuori contesto:  avrei  un'altra occasione pubblica per parlarne? e non è forse più “ascoltabile” ciò che viene decontestualizzato ? (con un criterio analogo ho usato un contesto istituzionale come quello dell’università per ridefinire in tesi i miei rapporti con il contesto arte) .Lo sfalsamento di ruolo rispetto al contesto, accresce le portata comunicativa mostrando i limiti delle attuali tassonomie sociali e relazionali. …certo pagherei per farmi ascoltare coloro che venissero ad esempio ad un incontro o  ad seminario…….. è  ben strano che gli studenti non vengano pagati per studiare o formarsi, tutti gli studenti non credete? 

Appunti su “cesso d’esistere” Ricostruzione parziale performativa d’un incontro_Giuliano Nannipieri

mail del 31.12.10


Ho come la sensazione che stiate usando una sorta di protocollo di indagine, che le dinamiche di relazione siano gestite attraverso situazioni stimolo e che voi registriate i modi e tempi delle mie reazioni, le mie “salivazioni” ai rinforzi (tramite l’esplorazione di varie dimensioni quali: autocompiacimento, pigrizia, autocensura, rapporto con l’autorità, gestione degli stereotipi, coerenza, sfiducia fiducia verso l’altro, oppositività, ipocrisia, relazione con il territorio; nella migliore delle ipotesi, questo per studiare le ragioni dell’eufemistico “esilio”) così piuttosto che un insetto infilzato, o un inanellato animale in estinzione mio sento una cavia, una cavia in un esperimento. E le altre? Che dicono?


L’idea di ricostruire la documentazione tramite telefonate al cellulare corrisponde al paradigma del pagare per farsi ascoltare (per esistere). Successivamente ho pensato che la richiesta di tali documenti fosse solo uno stimolo del protocollo summenzionato, è difficile per me non essere sostenuto da un pensiero con andamento paranoico. In ogni caso subito dopo l’idea d’uso del cellulare è intervenuta una modalità fisica / gravitazionale di sottrazione: inavvertitamente l’ho fatto cadere mentre uscivo dall’auto. Con il ripristino è sopraggiunta la raucedine e la febbre.

In Estate è stato relativamente semplice radunare un po’di cose e farne un nuovo lavoro ( la documentazione è sempre un ulteriore e nuovo lavoro in un processo metarealizzativo) : mi giustifico con Alessandra (se realmente le occorre la documentazione cartacea- sovrappongo interventi e informazioni avuti in conversazioni differenti e che retoricamente conservo) infatti con la scuola ( si sa che lavoro alla scuola elementare dove abbiamo avviato un laboratorio d’arte cooperativa) i tempi si alterano, non ricordo poi con precisione che cosa vi abbia inviato: devo dunque trovare un’ulteriore modalità di ricostruzione - i tempi sono stretti- il senso di colpa qualora non riesca a trovare una soluzione è e sarà da gestire. Tramite cellulare, appunto pagando, ho ipotizzato una ricostruzione del nostro incontro :come una ricostruzione di performance che in parte già avete ascoltato e che già è materiale d’indagine Proverò a scriverla (a farne una relazione)
Scrivo altro

Penso che non verrò a Roma in Marzo (errare umanum est….)

Certo per chi vive credo la condizione d’esilio, anche come dato “ eroico”, perché in parte non può non essere sentito come un privilegio star fuori, per paradosso come condizione di differenza, illusoriamente scelta, l’essere “inserito in una collezione” o meglio entrare o entrare in relazione in o con un contesto che può a suo modo essere d’omologazione spaventa ; ancor più pone in una condizione d’indagine e sospetto- critica- che sia il lavoro di un altro, la struttura tassonomica di “contenzione”, il museo in esilio; c’è un ideologo che non è così decentrato almeno quanto a potere comunicativo. Parlo ora anche animato da invidia soprattutto da invidia (per chi sembra avere una condizione di centralità, condizione di centralità alla quale mi sembra aspiriamo come ritorno a quella vissuta e non scelta nel corpo della donna, della madre) . Se il museo è un’opera mi rivolgo provocatoriamente anche al curatore dell’opera nell’accezione di curatore che è quella medica, psichiatrica, rinvio alla vocazione analitica nonostante sappia, almeno così mi hanno detto Alessandra, Davide,e Mattia che qui Cesare si conserva e privilegia nel ruolo dell’artista e dunque anche in quello del curato come paziente e anche con una possibilità di lettura iperbolica, tutta italiana e non molto etimologica, del curato/ sacerdote, come curatore d’anime in relazione ad un territorio seppure qui sia quello dell’esilio ; ruoli nei quali maniacalmente provo a ritrovarmi e che si traducono in quelli del paziente/penitente: pagare per esistere. Sento l’obiezione sull’urgenza di decomposizione dei ruoli, sono in effetti questi solo uno strumento euristico molto grossolano, sassi nello stagno, per provare a capire: comunque l’idea del museo in esilio è vostra -i nomi spesso- direi i titoli- sono la realtà delle cose- delle opere - io provo a interagirci - ve ne sono debitore. Cave caviam
Cellulare.
L’uso del cellulare delinea una brutalizzazione del paradigma analitico, una sterminata diffusione del medesimo, l’ attenzione dell’altro deve essere comprata, questo accomuna analisi e cellulare: pagare per essere ascoltati, attendere per essere ascoltati, aspirare all’ascolto.La telefonata ultima ha avuto come costo 152 euro ( c’è stata una sanzione- ma in effetti seduti in auto l’illusione analitica è ancora più forte e adeguato il compenso per la seduta).

Ricostruzione ( alla quale penso anche voi avrete atteso come relazione o rapporto o meglio come stesura di tali relati in un processo che trasforma forse le persone, i rapporti su di loro in opera)

Le farfalle mi vengono sulle spalle, si posano sul mio corpo, una precisamente in mezzo alla fronte a dividerla ( siamo al macro nell’opera che le mostra viventi) forse mi hanno riconosciuto a loro compagno, mi vogliono segnalare che con loro condivido il destino d’ostensione, in vitro, con l’nevitabile esito metaforico dello spillo che trafiggerà la testa al centro, il pensiero; una li si posa per comunicare, sul terzo occhio, per entrare in relazione, un contatto, un monito, con un potenziale narrativo maniacalmente agiografico.
L’ignoranza di se, del contesto rende prede, ma che cosa è la consapevolezza.? Il tutto ascrivibile alla variabile tempo e sacche circoscritte. A bolle impermanenti di sapone
Non umiliatimi con complimenti - la bellezza e la fragilità di queste creature è causa della loro rovina- questi svelano la mia ignoranza

Cesare come Cesare e Pietro giusto arriva e riparte libero almeno in apparenza

Errare, viaggiare attraverso errori , come sempre o spesso mi è accaduto, in-utilmente viaggiare per trovare centri di comunicazione come quando sono fuggito per un anno ad Alessandria d’Egitto dove- vi racconto mentre più volte sbaglio a chiamare il taxi e molti se ne fermano senza esito- ho insegnato e con l’etichetta di artista esposto abusivamente due crani di maiale al museo archeologico, anni or sono. Mi chiedete del sant’Antonio che ho al collo (medaglietta del Cottolengo, trovata appunto ad Alessandria in quel museo) e viene fuori la confusione fra i due, il da Padova e l’Abate quest’ ultimo figura pagana accompagnata da un maiale. Nel pomeriggio tardo troviamo a Torpignattara una locandina in cui si invita la cittadinanza a partecipare alla benedizione degli animali in occasione di Sant’ Antonio abate che qui è raffigurato e presiede alla protezione di animali domestici e non, in cattività. Voglio andare al bio parco,( lo sostengo dalla mattina) voglio condurmi alla benedizione come animale in cattività. (L’interpretazione dei sogni di Freud credo apra alla dimensione ermeneutica interpretativa anche della realtà di cui io sono assolutamente vittima, la mia capacità di ascolto è azzerata)

Alle tredici costretti ad accudire il corpo

Nello studio bianco mi precipito nel bagno, nella vasca, per essere ascoltato, nella vasca dell’analista sono pronto a pagare, cesso d’esistere è una performance a favore di Betti, Alessandra, Mattia, Davide,del fantasma di Cesare ma anche della moglie ( evocati dallo studio) della quale ho chiesto di vedere delle foto: mi dite infatti che si è laureata a Pisa in filosofia è del 62 io del 64, così voglio vedere se l’ho incontrata in dipartimento; evoco Carla Lonzi sono invidioso delle donne, e di chi ha davvero un forte potere comunicativo. Comunque nella vasca / sarcofago/ avello/letto analitico mi stendo evoco Marat, ma soprattutto vasca fontana, simbolo del nostro benessere occidentale : una fontana domiciliare privata,con acqua potabile in cui noi facciamo il bagno ( penso all’ Africa…. ai territori di guerra…..) un lusso assoluto come la nostra conversazione : dove mantenere in vita il corpo è un problema , il corpo, la sua vita non sono sentiti come ostacoli ma come mete, successi. Ora nella fontana letto, trionfo d’opulenza ( è interessante lo scarto territoriale geografico) mi stendo è pago la curatrice ( Alessandra, lei per tutti) per essere ascoltato ( avete la foto) con una moneta: sono anche queste le monete che si lanciano nelle fontane qui a Roma, l’operazione è ribaltata ( in “fontana capitale” qui a Roma come un lavavetri agli incroci- trivi- fermavo le auto pulivo loro il vetro e consegnavo all’ automobilista cento lire) vi pago? per dirvi che ora a quasi cinquant’anni preferisco non viaggiare perché il viaggio mi toglie dall’abitubine e mi fa sentire ancora più pesante il corpo, la sua gestione che nell’ abitudine si fa dimenticare, lasciando spazio all’illusione della liberta del pensiero, della sua autonomia in una castrante accezione dicotomica…. Curatemi , ascoltatemi ( farsi ascoltare è un lusso : alcuni pagano con la progressiva autosottrazione al corpo il bisogno d’essere ascoltati)

Come paziente dico ancora- e se sono un paziente è chiaro che pago- ( forse fate riprese che gratificano quanto di me appartiene alla società dello spettacolo ma come esito di una lunga catena generazionale di contadini mi fanno inorridire):
La schiavitù del corpo, a questo corpo/ fisico- non sento infatti d’averlo scelto- obbligati a nutrilo/nutrirsi, lavarsi, dormire, urinare, morire..pensare”, “sempre e solo due braccia, due occhi” … insieme alla non scelta del corpo sociale d’appartenenza, della realtà geografica e storica di nascita, dei genitori, questo senso d’obbligo, di non scelta anche nei pensieri ha trovato per me nel fare dell’arte la maschera della fuga, dell’autonomia del gesto- a recuperare il corpo, ( resta un disagio profondo, verso il corpo, il corpus e tutto cio’ a cui si appare obbligati , a sostenere questo bisogno di arte come simulacro di scelta,di disancoraggio dal dato) tuttavia ora l’esperienza della centralità nel corpo della madre, oltre l’ esigenza della donna che pure può sentirsi invasa ci porta imprintati su tale paradigma a ricercare ancora centralità, attenzione (sia pur lesiva), in altri contesti d’accoglienza/rifiuto/ invasione. C’è un fare schismogenetico che sorregge un equilibrio che io ora sento con forza sbilanciato (aggiungo ora per l’analista lettore un’ urgenza di nudità oscena da vasca privata di privato ): il rifiuto del corpo/corpus, non scelto che apriva al teatro dell’arte, questo mio pesante senso di inadeguatezza al vivere come necessità, mi appare ora come una possibile dolorosa lettura della mia esperienza di protopaternità. Per questo ora sento del tutto necessaria, obbligata e quindi inutile, insensata la pratica dell’arte. Ho più volte pensato che questo feto ( non si riesce poi a non vederlo bambino/a anche se “della notte”) abbia portato alle estreme conseguenze il viatico del padre( è chiara l’invidia per la madre) il mio, e abbia deciso di rifiutare il corpo, con una scelta estrema di centralità, precocissima, decidendo di interrompere il proprio sviluppo, inibendo la costruzione del cuore. Ho sempre pensato al valore dirompente delle metafore, più e più volte gestite, al valore direi sacro della metafora, “non vorrei farne uso ma non riesco a sottrarmene” anche quando ne ho inscenata la fuga: “questo è solo questo e non devo caricarlo d’altro senso”. Alla settima settimana si scopre l’infezione da citomegalo virus, inizia un percorso di dilatazione dell’esperianza perchè dall’ospedale Gaslini il responso sulle varie modalità nel tempo di infezione, prima dopo o durante il concepimento, altererebbero i termini degli effetti teratogeni.. A Genova veniamo informati della sperimentazione di un farmaco alla quale potremmo partecipare, è presente un gruppo di controllo a cui viene somministrato un placebo. Ci rifiutiamo e le risposte alle analisi che dovrebbero essere quasi immediate si allontanano, al telefono rinviano, ho l’impressione di far comunque in altro modo parte dell’esperimento mirato forse alle dinamiche psicologiche. Dopo cinque settimane, sollecitati, arriva il responso via telefono : l’avidità degli anticorpi è alta quindi la probabilità di infezione del feto è remota. Questo proto figlio si porta dietro due delle mie più radicate angosce, direi strutturanti: quella della contaminazione, ed il pensiero paranoico di un indagine , che rende, oggetti che rende cose. La telefonata fatta all’incirca, all’una del pomeriggio, è una sorta di sollievo, mi sento “il solito esagerato”, alle tre dello stesso giorno all’ecografia di controllo in ospedale a Livorno ci dicono che la gravidanza è si interrotta alla settima settimana (il cuore non si è sviluppato) abbiamo fatto un percorso di indagine che è partito quando era inutile partisse, speranze ansie, paure quando /metafora/ si era già sottratto/a,… come? Mi illudo: portando il mio strutturante disagio per la vita alle conseguenze più chiare, migliorandomi. Cessando d’esistere.
(che orrore la società dell’opulenza)
Poi Betti ed io cominciamo una ricostruzione d’ausilio ( si è parlato della rappresentazione come precipitato …) ricordiamo che in albergo a Genova avevamo sentito di una megattera, una balena gravida che girava intorno alle acque del porto, forse allora questo/a proteo figlia/o è passato/a nella balena che era li per traghettarla in se, in un corpo alleviato grazie all’acqua dalla gravità. Perché poi una balena e non un tarlo della farina o della lana: non ce la facciamo, non ce la faccio proprio a sopportare la gravità, la pesantezza che sento

E le performance a Roma in Marzo? Varie ne penso e le scarto, ma le elenco:
io nella vasca, racconto, consegno una monetina, ( fare mimetico) destinata solo ad alcuni dei presenti . E gli altri? (Varie soluzioni)
Oppure fasciato, invisibile come un burattinaio buranku che animo, una cavia parlante che paga per farsi ascoltare per esistere
(altra possibilità) Squilla un cellulare nella vasca , qualcuno lo raccoglie e risponde ( si muta in virtuale analista curatore: sono io a pagare -a chiamare), spero ( a quello che entra) racconto al capo opposto due fiabe?(brevissime su valore e disvalore del corpo -che allego ) e lo invito, lo prego di ripetere l’operazione, che le racconti per telefono ad altri ma gli ricordo che dovrà spendere e che forse è il caso che non lo faccia.

Mi annoiano ma potrei attivare una serie di teorie

La gravità torna come argomento della serata a cena. La compagna di Davide ci parla di buchi neri, li studia , vengono fuori i modelli matematici con cui altri corpi precipiterebbero attratti schiacciati dall’eccesso di gravità del buco.E’ di nuovo un modello metaforico: la gravità, la forza del progetto quali prospettive d’esistenza lascia a chi ci si avvicina o meglio quali possono essere i modelli personali, con cui spiegare l’assorbimento – la scomparsa- nel progetto? Penso alla sua forza comunicativa:. ai processi relazionali d’inclusione, d’assorbimento, la sperequazione di forza é smisurata, il potere comunicativo imperequabile: cesso d’esistere.

Ps (con andamento maniacale confuso) Nello studio avete una serie di opere appoggiate alla parete, vicino alla cucina,su una, sopra il contenitore c’è scritto : non è un’ opera d’arte è solo uno specchio” così in questo studio pieno di documenti, cataloghi, catalogazioni e catalogati, immagino scritto per me: “ Non è un artista è solo una persona”

(che usa, fra le altre, modalità definibili e inseribili nell’estensibile/ da estendere, categoria dell’arte come percorsi di contatto/conoscenza/ ricerca/scelta?/ politica/comprensione/contatto/ estensione/ ridefinizione (etica est etica) e allargamento per la pratica e l’accoglienza delle differenze …….. ………………………………………………………………………………………………………………gioco: e se venissi a Roma a mettere in disordine i cataloghi, i ilbri e vi pagassi per fare appunto un po’di disordine ? Che ne dite? ……Già lo avete previsto……(metaforicamente)… è gia successo …….. 



Risposta di Cesare alla mail del 31.12.10 di Giuliano:

Caro giuliano, ti ringrazio del tuo testo - ho finalmente, in questo
sabato a Boston dedicato soltanto alla lettura e alle risposte
elettroniche, trovato il tempo per leggerlo.
mi piace il dispositivo a cui ti riferisci spesso, di
pagare-per-farsi-ascoltare; inserisce, nel discorso dell'artista, un
meccanismo contro-intuitivo per cui, mentre pensavo di ringraziarti
per quello che avevi scritto, pensavo anche a te che mi pagavi per
averlo letto... e già durante la lettura questa strana sensazione di
un ricevente pagato tornava continuamente, non però come quella che
credo viva regolarmente l'analista, ma come una specie di
cortocircuito sul valore (sottolineato valore) del significato di ciò
che si sta leggendo.
capisco benissimo il disagio di sentirsi una cavia, e anche il timore
di essere posto in qualche meccanismo di attenzione "pubblica" non
necessariamente desiderato. penso però che non dovremmo avere paura di
venire usati dagli altri, poiché ciascuno di noi può tanto venire
usato che usare gli altri. e non c'è proprio niente di male. anzi, io
dico sempre che fra umani ci dovremmo usare di più. mi piacerebbe - ma
veramente, per essere onesto dovrei togliere il condizionale, perché
mi sta già piacendo - trovare un modo in cui noi - esteso ovviamente
ad alessandra, davide mattia - ci usiamo. leggendoci, ascoltandoci,
scambiando valore e senso.
non vorrei che tu sentissi alcun obbligo rispetto all'idea di fare una
performance a roma nel mio studio. la proposta era, da parte nostra,
uno strumento di conoscenza reciproca. e come tale sta funzionando
comunque. dico bene?
ti saluto affettuosamente da boston, dove sono in residenza in un
posto bellissimo (www.gardnermuseum.org).
c.




Biografia e opere_ Giuliano Nannipieri



Ieri .Ricevo la tua, la vostra telefonata, che mi fa piacere: mi chiedete alcune foto digitalizzate; così consideriamo che la documentazione in fondo diviene opera e la documentazione della documentazione opera a sua volta. Per me il “tronico” rimane ancora oggetto d’indagine piuttosto che strumento. Del resto, se si è , come me, fuori luogo, ci saranno certo delle ragioni (ad esempio la diffidenza o la fragilità che si fa.,.diviene.col tempo.rigidezza e che prende, sull’esoscheletro da difesa, i riflessi della paranoia e i tratti dell’anti- pathia).
Così penso a due opere virtuali da inviarvi, virtuali perchè da immaginarsi e quindi virtuose – sono le ragioni dell’essere fuori (e questa è la biografia ) a farmi in questo modo- la prima è un’ immagine che mi ritrae trafitto da un grosso spillo, fissato, come un coleottero,(io tuttavia sono grasso e peloso) su un supporto, dentro una teca, in una grande raccolta, allineato fra molti altri (dall’entomologo) ; nella seconda invece, forse più malinconica (tratta da un video) mi si vede inanellato, anzi mentre mi “pinzano”, mi mettono cioè un anello di riconoscimento alla caviglia o al polso (forse ad un orecchio) , come ad un volatile o ad altri animali da proteggere, in via di estinzione.
Condivido .Io stesso ho contribuito a tali pratiche, forse più tassidermiche, discutendo lo scorso anno una tesi (terzo lavoro dopo le immagini)) su me stesso, dal titolo “ Dal corpo al corpus and back again- me stesso con e senza rete – pratiche di costruzione della memoria/ storia come pubblicità e restauro della performance” – dove- partendo da documenti in rete su di me e da me non inseriti- provo a raccontare i processi del manifestarsi all’universo della comunicazione e le dinamiche del permanervi collegandole a percorsi socio economici che ci riducono spesso e entità di natura pubblicitaria ; con la volontà masochistica e maniacal ingenua di “salvarmi” essendo “imprigionato”, inanellato, trafitto, impilato, un caro saluto

giuliano nannipieri



Festival arte contemporanea di Faenza 2011

Cesare Pietroiusti, one of the most interesting and innovative artist of the italian scene. We had a nice conversation about his 'Museo in Esilio' (Museum in Exile), focused on the collection of works, documents and testimonies on voluntarily marginal artistic experiences. A brillant provocation made by Italian artists and curators abroad.
Link:http://www.youtube.com/watch?v=RaS_QNI2y68
maggio 2011

Festival arte contemporanea di Faenza 2011



Intervista di Lorenzo Giusti a Cesare Pietroiusti
Link:http://www.festivalartecontemporanea.it/c-tv/ctv-festival/quarta-edizione/nuove-committenze-il-museo-in-esilio-festival-arte-contemporanea-on-blip-tv
maggio 2011