Museo dell'Arte Contemporanea Italiana in Esilio

MUSEO DELL'ARTE CONTEMPORANEA ITALIANA IN ESILIO

Il progetto ideato da Cesare Pietroiusti, in collaborazione con Alessandra Meo, Mattia Pellegrini e Davide Ricco, intende raccogliere su tutto il territorio italiano opere realizzate da personalità singole o collettive che svolgono attività creative sorprendenti, eterodosse, fuori dai circuiti della comunicazione mediatica.
Il Museo non avrà una sede fisica fissa: concepito come entità nomade sarà esiliato presso istituzioni museali e associazioni culturali estere.

Visualizzazione post con etichetta davide ricco. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta davide ricco. Mostra tutti i post

giovedì 27 ottobre 2011

Un museo privo di pareti

Si può mettere in discussione la differenza, all’interno di un museo, fra spazio espositivo e spazio di servizio; si può pensare a un museo il cui spazio di azione sia decentrato, multiplo, mutevole; si può pensare a un museo che sia ‘specchio’ di eventi che accadono altrove, anche molto lontano; infine si può pensare al museo come luogo di incontro reale, di scambio di idee e di esperienze, anche a un livello conviviale, fra gli artisti, altri addetti ai lavori e il pubblico.”
 [Cesare Pietroiusti, in Oreste at the Venice Biennale, 2000]

Esiliati dal sistema, esuli in terra straniera.

In un primo momento si era pensato che il Museo avrebbe dovuto avere la sua sede fisica in un paese straniero - magari l’Albania o la Romania - ed essere ospitato o appoggiato logisticamente da un’altra istituzione. Il pensiero era andato all’Est europeo in considerazione del flusso molto alto di esiliati in Italia, con anche il desiderio di restituire qualcosa a quelle popolazioni che forniscono al nostro paese forza-lavoro e risorse. Valutando però le difficoltà e l’entità delle risorse necessarie a mantenere una sede fissa del Museo, si sta ora considerando di configurarlo come un’istituzione itinerante che potrebbe essere ospitata da diverse altre istituzioni museali, organizzazioni, associazioni, ecc.

           Il Museo sarà curato da un piccolo comitato scientifico diretto da Pietroiusti e composto da almeno tre persone - artisti e curatori - che si riunisce – anche attraverso mezzi telematici - almeno due volte l’anno. Un direttore tecnico-amministrativo, una persona con mansioni di segreteria e ufficio-stampa, nonché alcuni custodi, andrebbero presumibilmente reperiti all’interno della struttura ospitante.

           Per quanto riguarda il ruolo che il Museo dell’Arte Italiana Contemporanea in Esilio dovrebbe assumere rispetto a un museo tradizionale, trattandosi del progetto di un artista, verrà ad assumere caratteristiche flessibili, che mutano nel tempo, che hanno la possibilità di adeguarsi a quelle che saranno le circostanze del momento. “Io posso costruire un museo e lo posso realizzare anche come un museo vero e proprio, col suo staff, il suo direttore e tutte le sue regole – osserva Pietroiusti - ma anche per il solo fatto che sia stato un artista a farlo è come se non fosse un museo ‘normale’. Non è importante l’istituzione museo in sé, quanto l’idea critica che ci sta dietro”.

           Il tipo di valorizzazione che il Museo in Esilio andrà a mettere in atto sarà quindi caratterizzata da un lato dall’aspetto statutario e disciplinare di “museo”, dall’altro si potrà muovere trasversalmente e con agilità dentro e fuori dai margini dei circuiti ufficiali dell’arte contemporanea.

           Per ora.
[Davide Ricco]

Trento - fine estate 2010



Il 15 e 16 settembre 2010 il progetto viene presentato in un workshop presso la Fondazione Galleria Civica di Trento. Vi partecipano, oltre a una ventina di studenti, Daniela Rosi (studiosa e coordinatrice dell’Osservatorio sull’Outsider Art dell’Accademia di Belle Arti di Verona), Roberto Pinto (ricercatore di Storia dell’Arte contemporanea all’Università di Trento) e l’artista Anna Scalfi.
Nel dibattito che nella prima giornata di lavori è seguito alla presentazione dell’idea e dei materiali documentari raccolti sono sorte interessanti riflessioni oltre a vecchi e nuovi interrogativi.
Sono emersi innanzitutto dei filoni, delle tipologie di risultati che si ripetono: azioni di tipo performativo legate a situazioni di profondo disagio psichico o sociale, comportamenti compulsivi che conducono il soggetto segnalato alla raccolta (collezione) metodica e maniacale di oggetti o alla realizzazione di manufatti a partire da materiali di scarto o reperiti in natura, distacco dalle dinamiche sociali e culturali di massa che presenta particolari attinenze con un ambito parapolitico o parareligioso.

Si è passati poi a parlare dei criteri di selezione delle opere segnalate, in vista delle eventuali acquisizioni. Sarebbe riduttivo scegliere l’opera in base alla personalità più o meno eccentrica dell’artista, l’obiettivo non è prettamente quello di indagare le dinamiche psico-sociali dei personaggi in questione: l’attenzione va focalizzata anche sul linguaggio. Non è nemmeno una questione di originalità del mezzo espressivo, non sono affatto bandite la pittura o la scultura in quanto medium tradizionali inquadrati nel “ritorno all’ordine”. Esiste tutto un territorio non indagato abbastanza dalla critica e dalla storiografia ufficiali, non necessariamente un territorio oltre confine, ma un luogo nomade che si muove intorno al margine, al limes del sistema. Nelle pieghe di questa zona è possibile individuare quelle che per un particolare anche minuto rappresentano vere e proprie novità nel panorama artistico italiano, capaci di portare nuova linfa ed energia ad un mondo dove tutto e il contrario di tutto sembra essere già stato detto e fatto.

L’intervento di Daniela Rosi, nel secondo giorno di workshop ha concentrato l’attenzione dei partecipanti sull’Outsider Art.
Dopo aver presentato i lavori di una serie di pazienti in cura presso le cliniche psichiatriche del Triveneto con l’ausilio di immagini e cataloghi (anche qui le opere si possono classificare in una serie di categorie comuni, legate al tipo di disagio di cui è affetto il paziente), ha posto l’accento sulla differenza tra gli artisti “impulsivi”, per i quali l’espressione artistica rappresenta la manifestazione o lo sfogo del disturbo psichico, e chi frequenta laboratori e atelier di art-terapy.
Tra i primi i mezzi utilizzati, i supporti e i contenuti sono risultati particolarmente interessanti sia per quanto riguarda la qualità delle opere che per quanto concerne il livello di innovazione che queste sono in grado di apportare al panorama artistico attuale.
Nella sua ricerca Daniela Rosi non è interessata alla seconda categoria menzionata, ma dal materiale segnalato è parso evidente che alcune produzioni dei laboratori a conduzione sono di grande interesse qualitativo e contenutistico.

Al termine del dibattito è stata effettuata una prova di allestimento delle prime opere acquisite dal Museo dell’Arte Contemporanea Italiana in Esilio presso lo spazio indepositoi, ideato e diretto a Trento da Anna Scalfi e Denis Isaia. I lavori erano un gruppo di collage e disegni di Fausto Delle Chiaie, una serie di piccoli manoscritti e oggetti utilizzati nelle performance da Giuliano Nannipieri e due tappeti in carta e stracci di Andrea Lanini.
Gli studenti che hanno partecipato al laboratorio hanno cercato di attenersi a quello che è il contesto che ha originato le opere da esporre o all’intenzione poetica degli artisti.
Non è stato difficile riprodurre, in un corridoio che da’ accesso allo spazio, il Museo all’Aperto che Delle Chiaie allestisce ogni giorno - salvo pioggia - nello spiazzo antistante l’Ara Pacis a Roma.
Diversi problemi si sono riscontrati invece con le opere di Nannipieri e Lanini.
Le prime, minuscoli “pizzini” su cui l’artista-filosofo livornese ha descritto alcune azioni performative mai compiute - la documentazione, secondo Giuliano, è un’opera a sé stante - sparivano letteralmente nel grande vuoto del capannone. Le proposte dei partecipanti sono state quella di riprodurre i testi dell’artista e quella di utilizzare gli ingrandimenti fotografici - proiettati o stampati - dei foglietti volanti. In entrambi i casi però i ragazzi hanno sofferto l’eventualità di “tradire” le intenzioni dell’artista e vi hanno rinunciato in attesa, magari, di uno schedario in cui archiviare tali materiali.
I due tappeti di Andrea Lanini, realizzati imitando disegni e geometrie mediorientali attraverso la giustapposizione di immagini in fotocopia tratte da articoli di guerra su quotidiani e settimanali, si accompagnano a una stampa fotografica che ritrae l’artista nell’atto di indossare uno dei tappeti davanti alla sinagoga di Roma. Il forte contenuto politico-religioso dei manufatti, confermato dall’azione dell’autore documentata nell’immagine, ha indotto gli studenti a provare a indossare essi stessi il tappeto in questione, ma con effetti forzati e grossolanamente artefatti. Lasciando all’immagine il compito di documentare la performance di Lanini, si è deciso di esporre l’oggetto tenendo conto della sua natura e stendendolo su una pedana poco più alta del pavimento.

La due giorni di lavori si è conclusa con la richiesta di segnalazioni e documentazioni rivolta a tutti i partecipanti, ma soprattutto con un fitto generarsi di nuove domande e con un moltiplicarsi delle strade da percorrere.
[Davide Ricco]



Gli inizi - primavera 2010


“…oppure ho da un po’ di tempo nel cassetto il progetto per un museo in esilio… però quello è un po’ più grosso e da sviluppare. L’idea è quella di cercare in tutta Italia quegli artisti che operano ai margini, fuori dal sistema: nelle cliniche psichiatriche, nelle carceri, in piccoli paesi di provincia, o quegli artisti che volenti o nolenti sono esclusi dai circuiti ufficiali dell’arte contemporanea. Vorrei costituire una collezione da portare in giro fuori dall’Italia.”
[Cesare Pietroiusti, un pomeriggio d'aprile]

Da dove iniziare?
Un account di posta elettronica, un testo standard a cui cambiare solo il nome del “caro” destinatario e il gioco è fatto: centinaia di richieste e centinaia di segnalazioni. Il Museo è in gestazione, indietro non si torna.

Giungono, attesi, i primi dubbi: le personalità segnalate devono essere consapevoli del loro essere artisti? Si intendono indagare le dinamiche culturali, economiche e sociali che determinano lo star dentro o fuori dal sistema o si vuole effettuare una ricerca che verte sulla qualità di opere dalla visibilità limitata?

Si intende svolgere una ricerca e creare un osservatorio o si vuole realizzare un vero e proprio museo? Quali sono i criteri di selezione delle opere segnalate? Le personalità segnalate devono essere consapevoli del loro essere artisti?

Il punto è che non si vuole entrare in diretta polemica con un sistema che soffre la spettacolarizzazione – e quindi lo svuotamento o l’occultamento dei contenuti trattati – e che negli ultimi decenni ha visto risucchiare nell’ufficialità qualunque tentativo di porvisi in contrasto. Si vuole “utilizzare” il sistema, agire nelle sue pieghe, nei suoi vuoti per smuovere le acque e portarvi nuovo humus.

Ogni quesito, dubbio, richiesta di chiarimento, ci spinge, nello strabismo di questa ricerca, a seguire direzioni cangianti, il progetto è in continua evoluzione. Nelle risposte ai nostri interlocutori continuiamo a dire che non abbiamo fissato alcun paletto, il materiale documentario che ci giunge viene visualizzato, commentato e archiviato così come le storie di vita degli artisti segnalati.
[Davide Ricco]